Moglie caregiver: «non chiedo più scusa»
Sara Di Santo, Ferdinando Iacuaniello — 10 agosto 2026 — 8 min

Per un certo periodo la parola che Adriana ha pronunciato più spesso è stata «scusa». Scusa al lavoro, quando doveva uscire prima per la fisioterapia di Sergio. Scusa all'amica a cui disdiceva la cena per la terza volta. Scusa sussurrata a suo marito, le sere in cui la stanchezza la rendeva brusca e se ne pentiva subito dopo.
Per un certo periodo la parola che Adriana ha pronunciato più spesso è stata «scusa». Scusa al lavoro, quando doveva uscire prima per la fisioterapia di Sergio. Scusa all'amica a cui disdiceva la cena per la terza volta. Scusa sussurrata a suo marito, le sere in cui la stanchezza la rendeva brusca e se ne pentiva subito dopo.
Adriana ha sessantatré anni e lavora ancora, part-time, in un ufficio dove hanno avuto la pazienza di ridurle l'orario. Sergio, suo marito, ne ha sessantasette. Due anni fa un ictus gli ha lasciato una emiparesi destra: in casa si muove con il bastone, appoggiandosi ai mobili, ma per uscire è insicuro, e i passaggi — dal letto alla sedia, dalla sedia all'automobile — sono diventati la parte più faticosa delle loro giornate.
La settimana ha i suoi appuntamenti fissi. Fisioterapia il lunedì e il giovedì alle tre, per recuperare quello che si può recuperare e mantenere il resto. Un controllo neurologico ogni tre mesi. In mezzo, la vita normale di una coppia che invecchia, con la spesa, i figli lontani che telefonano, la pressione da misurare la mattina.
Niente di tutto questo, preso da solo, è insostenibile. È il fatto che Adriana lo tenga insieme da sola — marito, lavoro, casa, terapie — a logorarla. E a farle chiedere scusa, di continuo, per una colpa che non ha.
Il peso che non si dichiara
Assistere un marito è diverso dall'assistere un genitore. C'è un matrimonio che cambia forma sotto le mani, un compagno che era la persona a cui appoggiarsi e che ora ha bisogno di essere sorretto, letteralmente. Adriana non lo dice quasi mai, ma ogni tanto le scappa: «Mi manca mio marito, e mio marito è seduto in cucina».
Dentro questo cambiamento si annida un senso di colpa sottile, che i caregiver conoscono bene. Il senso di colpa quando si perde la pazienza. Quando si desidera, per un'ora sola, essere altrove. Quando si pensa alla propria stanchezza mentre l'altro sta molto peggio. È una contabilità morale che gira a vuoto, e che porta a scusarsi persino di esistere, di avere ancora dei bisogni propri.
Il lavoro peggiore, però, lo fa la fatica fisica sommata a quella. Perché Adriana, ogni lunedì e ogni giovedì, non doveva soltanto portare Sergio in palestra riabilitativa. Doveva tirarlo su dal letto, reggerlo fino alla macchina, farlo scendere, sostenerlo di nuovo all'arrivo. Un lavoro da due persone, fatto da una sola, di sessantatré anni.
Il giorno in cui la schiena ha detto basta
È successo un giovedì, nel parcheggio del centro di fisioterapia. Adriana stava aiutando Sergio a scendere dall'auto, come sempre, ma quel giorno il piede di lui ha ceduto un istante prima del previsto. Per non lasciarlo cadere, lei lo ha trattenuto con uno strappo, e ha sentito la schiena piegarsi in un modo che non prometteva niente di buono.
Sono rimasti lì, appoggiati alla portiera, per qualche secondo lunghissimo: lui a metà tra il sedile e la strada, lei che lo teneva stringendo i denti, pregando che passasse qualcuno. È passato un operatore del centro, per fortuna, e li ha aiutati entrambi. Non è successo niente di grave. Ma quella sera, con la borsa del ghiaccio sulla schiena, Adriana ha guardato in faccia una cosa che rimandava da mesi: così, prima o poi, si fanno male in due.
Ferdinando Iacuaniello, infermiere e COO di Niino:
«Nella storia di Adriana c'è un rischio che come infermiere riconosco al volo: il trasferimento. Spostare una persona con emiparesi — dal letto alla sedia, dalla sedia all'auto — è una manovra tecnica, che noi impariamo con la formazione e con gli ausili giusti. Fatta da un familiare, da solo e magari di corsa, mette a rischio due schiene invece di una: quella di chi viene sollevato e quella di chi solleva. Il danno del caregiver è spesso silenzioso, si accumula, e un giorno presenta il conto. Affidare i trasferimenti a chi è formato non è delegare l'affetto: è proteggere la coppia, tutti e due».
Quello che ha deciso di non fare più da sola
Il giorno dopo, Adriana ha fatto una cosa che le è costata più fatica dello strappo alla schiena: ha chiesto aiuto. Ed è partita, come sempre, con un «scusa se disturbo» detto al telefono, come se organizzare un trasporto fosse una debolezza da farsi perdonare.
Ha cominciato dai due giorni di fisioterapia. Adesso, il lunedì e il giovedì, un'auto sanitaria passa a prendere Sergio: un operatore lo aiuta a scendere di casa, gestisce i trasferimenti che prima gravavano tutti su di lei, lo accompagna in palestra e lo riporta indietro. Adriana quei due pomeriggi resta in ufficio senza guardare l'orologio, oppure — quando le va — li usa per sé. Una passeggiata, una commissione fatta con calma, una telefonata a un'amica senza il rumore dell'ansia sotto.
Il controllo neurologico, invece, ci va ancora lei. Quello è il momento in cui si decide, in cui bisogna capire, fare domande, tenere il filo della cura di Sergio. Quello non lo delega, e non lo delegherebbe mai. È la distinzione che ha messo a fuoco col tempo: la cura di suo marito — conoscerlo, capirlo, decidere per lui e con lui — resta sua, intera. La logistica del portarlo avanti e indietro, no. Quella si può affidare, e affidarla ha ridato a entrambi qualcosa che avevano perso.
«Non chiedo più scusa»
A distanza di mesi, Adriana racconta quel passaggio con una frase che dice tutto: «Ho smesso di chiedere scusa.» Non al lavoro, non alle amiche, non a sé stessa. Ha smesso di trattare i propri limiti come colpe e il proprio bisogno di aiuto come un cedimento.
Non è diventata più dura, né vuole meno bene a Sergio di prima. Ha capito, semplicemente, che una moglie non è tenuta a essere anche fisioterapista, autista e infermiera tutto insieme, e che pretenderlo non aiutava né lei né lui. Il tempo e le forze che prima bruciava nei trasferimenti e nel traffico, adesso li tiene per stare accanto a suo marito nel modo che conta: con la pazienza intatta, la sera, invece che con l'ultima goccia di energia della giornata.
Ci sono cose, nel prendersi cura di qualcuno, che nessuno può fare al posto tuo. E ce ne sono altre che ti stai caricando solo perché pensi di doverlo fare. Distinguere le une dalle altre non è arrendersi. A volte è la cosa più amorevole che si possa fare — per chi si assiste, e per sé.
Se ti riconosci nella storia di Adriana, i trasferimenti e i viaggi non devono per forza gravare solo su di te. → Chiedi un preventivo per l'accompagnamento di un familiare alle terapie | → Scrivici su WhatsApp
Domande frequenti
Perché è rischioso che sia un familiare a gestire i trasferimenti di una persona con difficoltà motorie?
Spostare una persona con emiparesi o mobilità ridotta — dal letto alla sedia, dalla sedia all'auto — è una manovra che richiede tecnica e, spesso, ausili. Fatta di slancio, da una sola persona, espone al rischio di cadute e di lesioni sia chi viene spostato sia chi lo sposta. È una delle cause più comuni e sottovalutate di infortuni tra i caregiver familiari.
Delegare il trasporto alle terapie significa assistere di meno il proprio coniuge?
No. Il trasporto e i trasferimenti sono logistica, non cura. Affidarli a operatori formati libera energie da dedicare alla parte insostituibile: la presenza, le decisioni cliniche, il tempo di qualità accanto alla persona. Molti caregiver scelgono di delegare gli spostamenti ricorrenti e di mantenere la propria presenza dove pesa di più, come i controlli specialistici.
Si possono organizzare i trasporti per una terapia che si ripete ogni settimana?
Sì. Per gli appuntamenti ricorrenti — fisioterapia, riabilitazione, controlli periodici — è possibile impostare un calendario fisso, senza dover prenotare a ogni viaggio. Dove la disponibilità lo consente, viene assegnato lo stesso operatore, un vantaggio per chi ha bisogno di riconoscere un volto familiare.
Che mezzo serve per una persona con esiti di ictus?
Dipende da come si muove nel momento del trasporto. Se la persona riesce a stare seduta e a essere assistita nei trasferimenti, l'auto sanitaria con operatore è in genere adatta. Se usa la sedia a rotelle in modo stabile serve il pulmino con pedana. Per approfondire le differenze tra i mezzi, la guida alla scelta del veicolo le affianca caso per caso. La valutazione va fatta sulla condizione reale della persona, che può anche cambiare nel tempo.
_Le storie raccontate in questa sezione sono ispirate a situazioni reali dei caregiver italiani, ma i personaggi sono costruiti per tutelare la privacy delle persone coinvolte. Storie individuali reali verranno pubblicate solo con consenso esplicito degli interessati._
Disclaimer medico. Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgative e non sostituiscono il parere del medico curante. Per indicazioni specifiche sul tuo caso consulta il medico o rivolgiti al personale sanitario di riferimento.