«Mio padre è in RSA»: storia di un equilibrio ritrovato
Sara Di Santo, Ferdinando Iacuaniello — 24 settembre 2026 — 8 min

Ci sono decisioni che si prendono di notte, da soli, con il telefono in mano e il senso di colpa già pronto a presentare il conto. Per Chiara, quella decisione ha avuto una data precisa: il giovedì in cui ha firmato l'ingresso di suo padre in una RSA. La RSA non era una resa. Era l'unico modo per garantire a suo padre una cura sicura che a casa nessuno riusciva più a dargli. Questo, la testa lo sapeva. Il senso di colpa, no.
Ci sono decisioni che si prendono di notte, da soli, con il telefono in mano e il senso di colpa già pronto a presentare il conto. Per Chiara, quella decisione ha avuto una data precisa: il giovedì in cui ha firmato l'ingresso di suo padre in una RSA.
Renato ha ottantadue anni e convive da tempo con il morbo di Parkinson, che negli ultimi due è avanzato in fretta. Dopo una caduta e settimane difficili, gestirlo a casa era diventato impossibile: serviva assistenza giorno e notte, i turni con la badante saltavano di continuo, e Chiara — quarantanove anni, un lavoro, due figli adolescenti — si era ridotta a dormire quattro ore per notte. La RSA non era una resa. Era l'unico modo per garantire a suo padre una cura sicura che a casa nessuno riusciva più a dargli.
Questo, la testa lo sapeva. Il senso di colpa, no. Perché il senso di colpa non ascolta le ragioni, e a riaccenderlo ci pensavano anche gli altri: la cugina che «a casa sua non ci avrebbe mai pensato», la vicina con il suo «ai miei tempi i genitori si tenevano in famiglia». Frasi che cadevano come piccole pietre, ognuna a confermare l'accusa che Chiara si muoveva già da sola: quella di aver abbandonato suo padre.
Quello che la RSA non aveva tolto
Chiara aveva immaginato che, superato lo strappo, sarebbe arrivata almeno un po' di pace. La struttura si occupava di tutto — i pasti, l'igiene, le terapie quotidiane, la sorveglianza — e su quel fronte, in effetti, poteva finalmente respirare. Ma c'era una parte che nessuno le aveva tolto, e che non aveva previsto: le visite fuori.
Perché il Parkinson di Renato andava seguito da un neurologo esterno, ogni tre mesi, per il controllo che aggiustava la terapia. E poi c'erano l'oculista, il cardiologo, gli esami. La RSA non accompagnava fuori: quello restava alla famiglia. Così, a ogni appuntamento, tornava la stessa giornata: un permesso al lavoro, la corsa alla struttura, l'attesa che lo preparassero, il trasferimento di suo padre — rigido, a volte bloccato dal Parkinson — dentro la sua utilitaria, con la paura di fargli male. Poi il traffico, la visita, e tutto di nuovo a ritroso.
Alla fine di quelle giornate Chiara era svuotata, e non solo nel corpo. Arrivava dal neurologo già esausta, con i nervi tesi dalla fatica di caricarlo e scaricarlo, e a volte, in sala d'attesa, si sorprendeva a rispondergli male per una domanda ripetuta. Poi, per giorni, si sarebbe odiata anche per quello.
La frase che ha cambiato le cose
Il punto di svolta è arrivato una mattina di marzo, in macchina, tornando dal neurologo. Chiara era al limite: aveva faticato mezz'ora a farlo salire, avevano preso il traffico, era in ritardo per riprendere i figli. A un semaforo, le è scappata una frase brusca, di quelle che non si vorrebbero mai dire.
Suo padre non si è offeso. Ha solo guardato fuori dal finestrino e, piano, ha detto: «Lo so che è tanto. Non volevo diventare un peso». E in quella frase c'era tutto — la sua stessa colpa rovesciata, la paura di ogni genitore anziano di essere di troppo per i figli. Chiara ha capito, in quel momento, che stava sbagliando l'equilibrio: si era caricata ogni cosa per non sentirsi in colpa di averlo «messo là», e così stava trasformando il poco tempo con suo padre nella parte peggiore delle loro giornate.
Ferdinando Iacuaniello, infermiere e COO di Niino:
«Nella storia di Chiara ci sono due cose che, da infermiere, vedo spesso. La prima è il trasferimento di una persona con Parkinson avanzato: la rigidità e i blocchi improvvisi rendono quei passaggi difficili e a rischio di caduta, per lei e per il padre, e sono manovre che andrebbero fatte da chi è formato. La seconda è più sottile. Alla visita dal neurologo, chi conta davvero non è solo il paziente: è anche chi lo osserva ogni giorno e riferisce come sta — le oscillazioni, il sonno, le cadute. Sono informazioni che orientano la terapia. Un familiare arrivato distrutto dalla logistica non riesce a offrirle. Ecco perché dico che alleggerire il viaggio non è un lusso: aiuta anche la qualità della cura. Le decisioni cliniche, naturalmente, restano al neurologo».
Fu proprio quella frase di suo padre a farle cambiare qualcosa. Chiara si rese conto di una distinzione che, presa dal senso di colpa, non aveva mai messo a fuoco: c'erano cose che doveva fare lei, e cose che poteva affidare a qualcun altro senza togliere nulla a suo padre.
La cura quotidiana l'aveva già affidata alla RSA, ed era stato giusto. Il trasporto alle visite esterne, invece, se lo stava ancora caricando tutto, pagandolo in fatica e in nervosismo. Così, per il controllo dal neurologo, ha iniziato a prenotare un'auto sanitaria: un operatore passa a prendere suo padre alla RSA, gestisce il trasferimento in sicurezza, lo porta allo studio e lo riaccompagna. Chiara li raggiunge direttamente in ambulatorio, arrivando con calma, riposata, presente. E finalmente, nella stanza del neurologo, torna a essere ciò che serve davvero a suo padre: una figlia lucida, che ascolta, che fa domande, che sa raccontare come sta.
Non ha smesso di occuparsi di lui. Ha smesso di occuparsi della strada. La cura — la relazione, l'attenzione, le scelte da prendere con i medici — è rimasta sua, intera. La logistica se n'è andata dove poteva andare. E in mezzo, ha ritrovato lo spazio per una cosa che aveva perso: dopo la visita, ora ogni tanto si fermano a prendere un caffè, padre e figlia, prima che l'operatore lo riporti indietro. È tornata a esserci, invece che a reggere tutto.
L'equilibrio non è fare tutto
La storia di Chiara dice una cosa che tanti figli con un genitore in RSA faticano a concedersi. Affidare a una struttura la cura quotidiana di un padre non è abbandonarlo, ed è spesso l'unico modo di garantirgli sicurezza. E delegare anche il trasporto alle visite non è un secondo abbandono: è ciò che permette di non arrivare a ogni incontro con lui già prosciugati.
L'equilibrio che cercava non stava nel fare ogni cosa da sola per zittire il senso di colpa. Stava nel capire quali cose contavano davvero — la presenza, l'ascolto, la mano tenuta in sala d'attesa — e nel lasciare andare, senza vergogna, tutto il resto. Perché a suo padre non serviva un autista esausto. Gli serviva sua figlia. E per restare sua figlia, Chiara ha dovuto imparare la cosa più difficile per chi ama: che chiedere aiuto, a volte, è il modo più alto di prendersi cura.
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Domande frequenti
La RSA accompagna gli ospiti alle visite mediche esterne?
Dipende dalla struttura, ma spesso l'accompagnamento alle visite specialistiche esterne resta a carico della famiglia. È utile chiarirlo con la RSA e, dove il trasporto ricade sui familiari, organizzarlo con un servizio dedicato che prende in carico la persona direttamente presso la struttura.
Delegare il trasporto significa disinteressarsi del proprio genitore?
No. Il trasporto è logistica, non cura. Affidarlo a operatori formati libera tempo ed energie da dedicare alla parte insostituibile: la presenza alla visita, il dialogo con i medici, la relazione. Molti familiari scelgono di raggiungere il genitore direttamente in ambulatorio, arrivando riposati e disponibili.
Perché è importante che un familiare sia presente alla visita, se c'è già l'operatore?
Perché i ruoli sono diversi. L'operatore si occupa del trasporto e dell'accompagnamento in sicurezza; il familiare porta la conoscenza quotidiana della persona, preziosa per il medico, e la vicinanza affettiva. Nelle patologie croniche come il Parkinson, le osservazioni di chi segue la persona aiutano lo specialista a calibrare la terapia.
Che mezzo serve per accompagnare una persona con Parkinson avanzato?
Dipende da come si muove nel momento del trasporto. Se riesce a stare seduta ed è assistita nei trasferimenti, in genere è adatta l'auto sanitaria con operatore. Se si sposta stabilmente in carrozzina, serve il pulmino con pedana. Per orientarsi tra le opzioni, la guida alla scelta del veicolo le affianca caso per caso. La valutazione tiene conto della condizione reale, che nel Parkinson può variare anche nella stessa giornata.
_Le storie raccontate in questa sezione sono ispirate a situazioni reali dei caregiver italiani, ma i personaggi sono costruiti per tutelare la privacy delle persone coinvolte. Storie individuali reali verranno pubblicate solo con consenso esplicito degli interessati. Le informazioni cliniche hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico e dell'équipe che ha in cura la persona._ | FAQ schema | Sì — 4 domande (FAQPage) | | is\_constructed\_story | true | | Disclaimer | Combinato: constructed story + nota clinica divulgativa — già nel testo originale, mantenuto in corsivo separato | | Status | Approvato |
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