Assistenti sociali ospedalieri: il trasporto come tassello della continuità assistenziale
Sara Di Santo, Ferdinando Iacuaniello — 3 agosto 2026 — 8 min

In ospedale c'è una figura che lavora nell'ombra dei riflettori clinici e che tiene insieme un pezzo decisivo della cura: l'assistente sociale. È chi, mentre i reparti guardano alla guarigione, si occupa della domanda che arriva subito dopo — e adesso, questa persona, dove torna, e con quale rete intorno?
In ospedale c'è una figura che lavora nell'ombra dei riflettori clinici e che tiene insieme un pezzo decisivo della cura: l'assistente sociale. È chi, mentre i reparti guardano al recupero, si occupa della domanda che arriva subito dopo — e adesso, questa persona, dove torna, e con quale rete intorno?
Chi svolge questo lavoro sa che una dimissione clinicamente pronta non è sempre una dimissione possibile. Una persona può essere stabile dal punto di vista sanitario e restare comunque bloccata in reparto perché a casa manca qualcosa: un familiare disponibile, un ambiente adeguato, o semplicemente un modo sicuro per arrivarci. È in quello spazio che il servizio sociale ospedaliero costruisce, giorno dopo giorno, la continuità tra ospedale e territorio.
Cosa fa l'assistente sociale ospedaliero
La cornice professionale è definita dal Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Assistenti Sociali, che nel documento «Profilo e funzioni dell'assistente sociale della sanità» colloca questa figura nei servizi sanitari e sociosanitari, dagli ospedali agli hospice alle RSA, con un ruolo specifico proprio nelle dimissioni protette e complesse.
Nella pratica, l'assistente sociale ospedaliero entra spesso in gioco fin dall'accesso, quando il personale sanitario segnala una situazione di rischio sociale attraverso indicatori come la perdita di autonomia, l'assenza di una persona di riferimento o la mancanza di una dimora. Da lì valuta il bisogno della persona ricoverata — e, quando c'è, del suo caregiver — e costruisce il ponte con la rete territoriale: il servizio sociale del Comune, i servizi domiciliari, le strutture intermedie, il volontariato.
È un lavoro di regia. Tenere insieme professionisti che parlano linguaggi diversi, far combaciare i tempi dell'ospedale con quelli del territorio, evitare che una persona fragile cada nel vuoto tra un setting di cura e l'altro. In molte aziende sanitarie questa funzione è oggi organizzata in nuclei o centrali dedicate alle dimissioni protette, che coordinano medici, infermieri e servizio sociale attorno al singolo caso.
Le dimissioni protette, in breve
Il termine ha una definizione precisa, richiamata dal Piano Nazionale degli interventi e dei Servizi Sociali: le dimissioni protette sono l'insieme delle azioni che costituiscono il passaggio organizzato di una persona dall'ambiente ospedaliero a un ambiente di cura di tipo familiare, allo scopo di garantire la continuità assistenziale attraverso interventi coordinati tra sanitario e sociale.
La letteratura di settore è concorde su un punto: pianificare la dimissione prima che la persona lasci il reparto migliora la qualità della vita e l'integrazione tra ospedale e territorio, e riduce il rischio di ricoveri ripetuti. Dentro questa pianificazione rientrano molte variabili — la presa in carico domiciliare, gli ausili, l'eventuale posto in struttura intermedia. E ne rientra una che, per quanto pratica, può diventare l'anello che blocca tutta la catena: come la persona arriva, fisicamente, dal letto d'ospedale al proprio domicilio.
Ferdinando Iacuaniello, infermiere e COO di Niino:
«Chi ha lavorato in reparto conosce la scena del posto letto che si libera sulla carta ma non nei fatti. La persona è pronta, la relazione di dimissione è firmata e manca solo il modo di portarla a casa in sicurezza: una barella, un mezzo attrezzato, qualcuno che gestisca le scale del condominio. È un dettaglio logistico che pesa sull'intero sistema, perché un letto occupato in più è un ricovero in meno che si può accogliere. Risolvere bene il trasporto è anche questo: buona gestione delle risorse, non solo cortesia verso la famiglia».
Il trasporto come parte della rete, non come sostituto
Vale la pena essere chiari su un punto, perché nessun professionista del sociale vorrebbe indirizzare una famiglia verso una soluzione che scavalca le risorse pubbliche o del volontariato. Il trasporto sanitario non urgente in Italia poggia su più pilastri complementari: il trasporto convenzionato con il Servizio Sanitario per chi ne ha i requisiti, la rete storica del volontariato — Croce Rossa, Croce Bianca, Misericordie, ANPAS — che opera da decenni con grande capillarità, e i servizi privati organizzati.
Ciascuno di questi canali risponde a esigenze diverse, per tempi, requisiti e tipo di prestazione. Una piattaforma privata come Niino non si sostituisce a nessuno di essi: si aggiunge come opzione quando servono flessibilità di orario, programmazione su misura o rapidità di attivazione che altri canali, in un momento specifico, non possono garantire. Per l'assistente sociale che compone il puzzle della dimissione, avere una risorsa in più e ben mappata significa poter scegliere lo strumento giusto per il singolo caso.
La scelta del mezzo, in ogni caso, segue la condizione della persona e non il contrario: l'auto sanitaria per chi è deambulante, il pulmino con pedana per chi si sposta in carrozzina, l'ambulanza quando serve viaggiare distesi o con assistenza a bordo. Per un quadro d'insieme del trasporto sanitario non urgente esiste una guida dedicata, e per l'orientamento tra i mezzi un confronto puntuale caso per caso.
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Cosa rende un trasporto «compatibile» con una dimissione protetta
Dal punto di vista di chi organizza una dimissione, non tutti i trasporti sono uguali. Alcune caratteristiche fanno la differenza tra un servizio che alleggerisce il lavoro dell'assistente sociale e uno che lo complica.
La prima è la programmabilità: poter fissare il trasporto con l'anticipo necessario e con un orario coerente con i tempi del reparto. La seconda è la corrispondenza tra mezzo e bisogno, con operatori formati nella mobilizzazione e attrezzature adeguate alla condizione della persona. La terza è la gestione del «primo e ultimo metro»: le scale del reparto e, soprattutto, quelle di casa all'arrivo, che spesso sono il vero ostacolo. La quarta è la tracciabilità, cioè la possibilità per la struttura e per la famiglia di sapere che il trasporto è avvenuto e come.
Sono gli stessi criteri che un servizio sociale applicherebbe a qualunque nodo della rete: affidabilità, appropriatezza, rispetto della persona. Il trasporto non fa eccezione, e trattarlo con la stessa serietà con cui si trattano gli altri tasselli della dimissione è già una forma di tutela.
Un alleggerimento reciproco
C'è un ultimo aspetto, meno tecnico ma non meno concreto. Ogni volta che una famiglia trova, al momento della dimissione, un canale già pronto per il trasporto, l'assistente sociale recupera tempo prezioso da dedicare a ciò che nessun servizio esterno può fare: la valutazione, la relazione, l'accompagnamento della persona e dei suoi familiari nel passaggio delicato del rientro.
La logistica del trasporto è delegabile per definizione. La presa in carico sociale, no. Liberare la prima significa restituire ore alla seconda — e in un servizio spesso sotto organico, quelle ore valgono molto. È in questo senso che una rete di trasporto ben organizzata non è un'alternativa al lavoro sociale, ma uno dei suoi strumenti.
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Domande frequenti
Il trasporto privato sostituisce quello convenzionato con il SSN o del volontariato?
No. È un canale complementare. Il trasporto convenzionato e quello delle associazioni di volontariato restano riferimenti fondamentali; un servizio privato si aggiunge quando servono flessibilità di orario, programmazione su misura o rapidità di attivazione. La scelta spetta alla famiglia e all'assistente sociale che ne orienta le opzioni.
Un assistente sociale può segnalare il servizio a una famiglia?
Sì. Orientare le famiglie tra le risorse disponibili sul territorio rientra nel ruolo del servizio sociale. Indicare più opzioni — pubbliche, del volontariato e private — lasciando la scelta alla persona è coerente con la funzione di informazione e accompagnamento propria della professione.
Che tipo di mezzo serve per una dimissione protetta?
Dipende dalla condizione della persona al momento della dimissione. Chi è deambulante può viaggiare in auto sanitaria; chi si sposta in carrozzina ha bisogno di un pulmino con pedana; chi deve viaggiare disteso o con assistenza a bordo necessita di un'ambulanza. È un'informazione che il reparto può fornire in fase di programmazione.
È possibile programmare il trasporto in base ai tempi del reparto?
Sì, ed è anzi la modalità più utile in un contesto di dimissione protetta. Concordare l'orario con l'anticipo necessario permette di far coincidere il trasporto con la liberazione del posto letto e con la disponibilità della famiglia al domicilio.
Fonti
CNOAS — Profilo e funzioni dell'assistente sociale della sanità (2018) Documento del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Assistenti Sociali che definisce la presenza e le funzioni della professione nei servizi sanitari e sociosanitari, incluse le dimissioni protette e complesse.
CNOAS — Il servizio sociale professionale nei processi di continuità assistenziale (2024) Approfondimento sul ruolo dell'assistente sociale nelle dimissioni protette e nell'integrazione tra servizi ospedalieri e territoriali.
Piano Nazionale degli interventi e dei Servizi Sociali Fonte della definizione di «dimissioni protette» come processo di passaggio organizzato della persona dall'ospedale a un ambiente di cura familiare, con interventi coordinati tra sanitario e sociale.
CROAS Lombardia / Lombardia Sociale Contributi professionali sul ruolo del servizio sociale ospedaliero nella presa in carico della persona anziana, dall'accesso in Pronto Soccorso alla dimissione.